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Matveevna e chiedile la pelliccia, il mantello d'ermellino. Io lo so, sai, come si fanno i rapimenti,» aggiunse, strizzando l'occhio. «Perché lei balzerà fuori più morta che viva, con quello che aveva indosso a casa; per poco che arrivi in ritardo, giù lacrime, e papà e mammà, e subito si sentirà intirizzita e vorrà tornare indietro; tu, invece, la prendi subito dentro la pelliccia e te la porti nella slitta.»   
   Il domestico portò una pelliccia femminile di volpe.   
   «Cretino, ti ho detto quella d'ermellino. Ehi, Matrëša, la pelliccia d'ermellino!» gridò così forte che la sua voce echeggiò fin nelle stanze più lontane.   
   Una bella zingara, magra e pallida, con uno scialle rosso, occhi neri scintillanti e neri capelli ricciuti che davano nel viola, accorse con la pelliccia d'ermellino in mano.   
   «Eh, a me non mi dispiace mica, prendila,» disse, intimidita di fronte al suo signore e tuttavia rimpiangendo la pelliccia.   
   Dolochov prese la pelliccia senza risponderle, la gettò addosso a Matrëša e ve l'avvolse dentro.   
   «Ecco, così,» disse; «e poi così,» disse ancora, e le alzò il bavero intorno alla testa, lasciandolo un po' aperto solo davanti al viso. «E poi così, vedi?» e spinse la testa di Anatol' verso l'apertura lasciata dal bavero nel quale appariva lo scintillante sorriso di Matrëša.   
   «Ebbene, addio Matrëša,» disse Anatol', baciandola. «È finita la mia baldoria, qui! Salutami Stëpka. Addio! Addio, Matrëša, augurami buona fortuna.»   
   «Ma sì, che Dio vi conceda una grande felicità, principe,» disse Matrëša col suo accento zigano.   
   Davanti all'ingresso c'erano due trojke a tre cavalli, guidate da due

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